venerdì 10 gennaio 2014

LAVORATORI PRECARI: APPROPRIAZIONE INDEBITA DALL’INPS


 

Con la Legge di Stabilità n.147/2013, al comma 491,  sono entrate in vigore dal 1 gennaio 2014 le nuove aliquote gestione separata INPS 2014. In particolare tali aliquote già soggette ad aumento progressivo dell’1%, sono state leggermente ritoccate, è stata fatta una ulteriore distinzione tra lavoratori autonomi titolari di Partita Iva e lavoratori autonomi privi di Partita IVA.

Le Nuove aliquote gestione separata INPS dovute, a decorrere dal 1° gennaio 2014, dai collaboratori coordinati e continuativi iscritti alla Gestione separata, sono le seguenti:

·         Collaboratori già iscritti ad una gestione previdenziale obbligatoria e titolari di pensione: 22%;

·         Collaboratori privi di altra tutela previdenziale, ma titolari di partita iva: 27,72%.

·         Collaboratori privi di altra tutela previdenziale, ma privi di partita iva: 28,72%

Le percentuali sopra indicate sono state introdotte, come detto, dalla legge di stabilità, che ha anche previsto per l’anno 2015 l’aumento dal 22% al 23,5% per i soggetti già iscritti ad una gestione obbligatoria e per i titolari di pensione.

Fin qui nulla da eccepire, come nulla da eccepire per quanto riguarda la introduzione, nel 1995, dell’obbligo di una contribuzione previdenziale anche per i soggetti sopra elencati, che costituiscono la schiera, purtroppo sempre più folta, dei lavoratori precari.

Ma, il 6 gennaio dalle pagine di Italia Oggi, Marino Longoni lanciava l’allarme sull’inutile versamento dei contributi Inps da parte dei precari, iscritti alla gestione separata, che probabilmente non conseguiranno mai il diritto a pensione.

“Ci sono in Italia un milione di lavoratori che stanno versando contributi previdenziali, anche piuttosto salati, ma inutilmente. Non riusciranno mai, infatti, a maturare il diritto ad una pensione. Si tratta della quasi totalità dei lavoratori a progetto, dei lavoratori autonomi occasionali, dei collaboratori parasubordinati e altre categorie di minor rilevanza. Insomma di quasi tutti i lavoratori che versano i loro contributi alla gestione separata Inps. Il problema di costoro è tutto richiuso in un concetto piuttosto tecnico, quello di “minimale contributivo”. In sostanza a loro viene accreditato un mese di contributi, validi ai fini pensionistici, solo se dichiarano un reddito di almeno 1.295 euro al mese, e su questo ci versano i relativi contributi (nel 2014 l’aliquota è salita al 28,72%). Se il loro reddito è invece, per esempio, la metà di questa cifra, ci vorranno due mesi di lavoro per mettere insieme un mese di contributi. E così via. A parte gli amministratori, la stragrande maggioranza di coloro che versano alla gestione separata non arriva a questi livelli di reddito. Quindi rischia seriamente di versare contributi senza riuscire mai a maturare un diritto alla pensione. Ma siccome il peggio non ha mai fine, nei prossimi anni l’aliquota contributiva, che già è salita dal 10% al 28% in meno di vent’anni, è destinata ad arrivare al 33% entro il 2018. Aumentando così i contributi versati a perdere.”

Ora va bene tutto, come va bene che detti contributi siano versati, ma bisogna che la politica ogni tanto si occupi anche di problemi seri ed intervenga per introdurre una clausola di salvaguardia, che preveda la restituzione in unica soluzione di quanto versato,maggiorato delle opportune rivalutazioni, qualora alla data del pensionamento non si consegua il relativo diritto. Altrimenti si verificherà, in molti casi, una appropriazione indebita da parte dell’Inps, con la complicità dello Stato.

 

 

 

 

lunedì 6 gennaio 2014

SCIOGLIMENTO DEI COMUNI PER MAFIA, UNA LEGGE DA RIVEDERE


‘’È una legge che merita di essere rivista perché non risolve i problemi. Cioè sciogliere i Comuni significa quasi mettersi contro la popolazione che lo avverte come un sacrificio alle proprie scelte. Un provvedimento ablatorio e ablativo delle proprie scelte, e questo secondo me va evitato. Bisogna tornare ai vecchi sistemi, cioè il controllo sulla legittimità degli atti. Bisogna mettere una Commissione che esamini gli atti, che sia il vecchio Coreco o la Prefettura poco importa, ma probabilmente bisognerebbe estendere il controllo anche nel merito degli atti. Io non do colpa allo stato, ma al legislatore che dovrebbe riadattare la legge alla realtà, che nel frattempo è cambiata’’. (Prefetto Piscitelli su legge scioglimento comuni, conferenza stampa di saluto alla città di Reggio Calabria)

Anche il Procuratore Cafiero De Rhao ha sollevato serie critiche e dubbi circa la validità e la efficacia della attuale normativa, sugli scioglimenti dei comuni per mafia.

Non siamo d'accordo con la soluzione prospettata dal Prefetto. Non abbiamo bisogno di una ulteriore ingerenza delle Prefetture negli enti locali, né di una ulteriore forma di sospensione della democrazia. Ci mancherebbe che le Prefetture entrino nel merito degli atti. Esistono già i sistemi di controllo che vanno implementati. Come esistono le misure per evitare che la criminalità organizzata tenti di infiltrarsi, leggasi codice antimafia e norme anticorruzione. Intanto le Prefetture dovrebbero meglio organizzarsi per rendere funzionale ed efficiente il sistema di certificazione antimafia. Altra cosa sarebbe una Commissione di verifica e monitoraggio che affianchi gli enti locali a rischio, ovviamente disciplinando correttamente la "dichiarazione" di rischio, evitando che diventi una ulteriore arma di lotta politica da parte delle opposizioni, che perdendo sempre le elezioni tifano per gli scioglimenti, fermo restando la pronuncia di decadenza, per quegli amministratori individuati responsabili, da sostituire facendo scorrere le graduatorie degli eletti, sia per evitare inutili costi per le elezioni, sia per non compromettere la stabilità amministrativa, sia per non penalizzare le persone perbene, sia per togliere l'arma "ricattatoria" alle opposizioni.

Allora bisogna passare dalle parole ai fatti, ecco perché, di seguito lancio la mia proposta di rivisitazione della norma, aperta ovviamente a tutti gli emendamenti migliorativi che dovessero pervenire, da sottoporre al Ministro Alfano, affinché provveda a far  varare al Governo apposito disegno di legge.

 

A mio avviso, ma ripeto ogni ulteriore proposta è ben accetta, bisognerebbe rivedere l’impianto normativo nei seguenti punti:

PROPOSTA PER L’ACCESSO

La proposta per l’accesso spetterà sempre alla locale Prefettura e sarà decretata dal Ministero dell’Interno, sentita, entro un termine prestabilito, la Conferenza Unificata Stato, Regioni , Enti locali.

COMMISSIONE D’ACCESSO

Nominata dal Ministro, sarà composta da tre soggetti in rappresentanza del Ministero ed integrata da due membri, da nominare entro un termine prestabilito, designati uno dall’Ente locale interessato, fra soggetti estranei al Consiglio, uno dall’Anci regionale.

 

SCIOGLIMENTO

Lo scioglimento sarà decretato dal Ministero dell’Interno, sentita , entro un termine prestabilito, la Conferenza Unificata Stato, Regioni , Enti locali.

CONSEGUENZE

Le conseguenze, oltre tutte quelle altre previste per legge, saranno la pronuncia di decadenza degli amministratori responsabili, la loro sostituzione con i primi dei non eletti nelle rispettive liste di appartenenza, la nomina di una apposita Commissione di verifica degli atti e della gestione, al cui parere va sottoposto ogni atto, appunto di indirizzo o di gestione che sia.

 

Naturalmente, per il momento, è solo un canovaccio di discussione, sul quale confrontarsi tutti per stendere una proposta completa e definitiva.

 

DISSESTO ENT I LOCALI UN DRAMMA DA EVITARE


 

ll dissesto rappresenta per una comunità territoriale un evento sicuramente nefasto. Perché, a prescindere dagli aumenti di aliquote e tributi, destinati al solo ripiano dell’indebitamento pregresso, non si riesce mai a soddisfare pienamente le pretese dei creditori, spesso rappresentati da imprese ed artigiani locali, che in tale evenienza rischiano seriamente anche la loro stabilità occupazionale, compromettendo irrimediabilmente l’economia e l’occupazione locali, già seriamente compromesse dalla spaventosa crisi che si sta attraversando. Infatti le procedure di dissesto in corso, malgrado lo stanziamento di 100 milioni di euro, a favore delle stesse, disposto dal decreto legge 35/2013, stentano a chiudersi e probabilmente non si chiuderanno mai, dato che l’articolo 31, comma 15 della Legge 289/2002, ha abrogato la possibilità di far ricorso al mutuo per finanziare la massa passiva del dissesto. In effetti, attualmente, il mutuo può coprire solo debiti di parte capitale o anche debiti di parte corrente, solo però se sorti antecedentemente alla riforma costituzionale del 2001.

Il Consiglio di Stato è intervenuto sulla questione, con riferimento al comune di Paola, con l’ordinanza n. 1152/2013 emessa dalla V Sezione il 27 marzo 2013, affermando che il dissesto è un evento di carattere eccezionale e drammatico nella vita dell’Ente comunale, perché cede parte della sua autonomia allo Stato Centrale che penetra nell’Ente con una Commissione Straordinaria di Liquidazione, che gestirà tutte le passività, inoltre il Comune perde la propria capacità di autodeterminazione nelle normali scelte amministrative ed è obbligato, per i cinque anni successivi alla dichiarazione, a predisporre delibere, non revocabili, di aumento massimo di tutte le aliquote/tributi e tasse, inoltre vi è l’obbligo di riduzione drastica del personale in eccedenza, il divieto di nuove assunzioni, il congelamento dei crediti e delle procedure esecutive e dei pignoramenti, il blocco assoluto dell’accensione di nuovi mutui o finanziamenti e il taglio dei servizi indispensabili (mense scolastiche, scuolabus, interventi sociali, etc.). Prosegue poi il Consiglio di Stato indicando all’Ente la via da seguire: evitare in ogni modo la dichiarazione di dissesto attraverso il ricorso ai mezzi legali predisposti dal Legislatore. Allora perché fare fallire un ente locale, espressione esponenziale della collettività.

 

In questo particolare momento, la norma, nata con il decreto legge 174/2012, sul riequilibrio finanziario pluriennale, ha rivelato tutta la propria utilità, dimostrata dal crescente utilizzo che gli enti ne fanno. Ben farebbe allora il Legislatore a puntare sulla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale, sopra citata, in luogo dell’obbligo al dissesto, guidato da Corte dei conti.

 

Il dissesto cosiddetto guidato è stato introdotto dal comma 2, dell’articolo 6, del decreto legislativo 149/2011. Detta norma prevede che, qualora dalle pronunce delle sezioni regionali di controllo della Corte dei conti  emergano  comportamenti difformi dalla sana gestione finanziaria, violazioni degli  obiettivi  della finanza pubblica allargata e irregolarità contabili o squilibri  strutturali del bilancio dell'ente locale in grado di provocarne il dissesto finanziario e lo stesso ente non abbia adottato, entro il termine assegnato dalla  Corte dei conti, le necessarie misure correttive previste la competente sezione  regionale,accertato l'inadempimento, trasmette gli atti al Prefetto e alla  Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica.  Ove  sia  accertato,  entro  trenta  giorni  dalla predetta trasmissione, da parte della  competente  sezione  regionale  della Corte dei conti, il perdurare dell'inadempimento da parte  dell'ente  locale delle citate misure correttive e la  sussistenza  delle  condizioni  di  cui all'articolo 244 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 267del 2000, il Prefetto  assegna  al  Consiglio,  con  lettera  notificata  ai singoli consiglieri,  un  termine  non  superiore  a  venti  giorni  per  la deliberazione del dissesto.

Stante, allora, che la via della adozione del piano pluriennale di riequilibrio appare la più  percorribile, anche se sicuramente la più onerosa  (nel profilo dell’impegno gestionale per la amministrazione attuale e le future, dato che é comune esperienza infatti che le amministrazioni, con il ricorso alla ordinaria procedura di dissesto, finiscono per essere sgravate da tutta una serie di azioni tendenti al risanamento, continuando nella loro azione scarsamente produttiva, mentre con la procedura di riequilibrio sentirebbero il fiato sul collo della amministrazione e dei cittadini), sarebbe utile che il Legislatore provvedesse alla modifica della procedura del dissesto guidato.

In luogo del dissesto guidato, si potrebbe infatti introdurre, con opportuna modifica dell’articolo 6 sopra citato, l’obbligo della procedura decennale di riequilibrio. In sostanza, all’emergere di  comportamenti difformi dalla sana gestione finanziaria, violazioni degli  obiettivi  della finanza pubblica allargata e irregolarità contabili o squilibri  strutturali del bilancio dell'ente locale in grado di provocarne il dissesto finanziario, Corte Conti provvede a diffidare gli enti ad adottare un piano di riequilibrio. Sanzionando l’omessa adozione nei termini assegnati con lo scioglimento del Consiglio comunale e la nomina del commissario ad acta, così come avviene per la omessa approvazione dei bilanci. Tuttavia, dato che con la modifica, si vuole salvare le amministrazioni e non gli amministratori, questi ultimi, quando ritenuti responsabili del dissesto, andrebbero adeguatamente sanzionati pecuniariamente, mai con la ineleggibilità, sanzione questa troppo strumentalizzata dalle opposizioni che spesso tifano a favore del dissesto,senza farsi scrupolo dei danni che provocano.

 

 

 

domenica 5 gennaio 2014

CASTORINA, ESEMPIO DA IMITARE


 

Nino Castorina si è comportato come a noi piace. L’essere su posizioni politiche diverse non autorizza nessuno ad essere offensivo ed irriverente, non autorizza nessuno ad essere offensivo o bugiardo. La persona leale dice quel che pensa, assumendo ogni responsabilità di ciò che afferma. Castorina ha detto ciò che pensa, consapevole che postare sui social network vuol dire parlare pubblicamente, quindi consapevole dell’effetto che le sue parole avrebbero prodotto. Castorina si è rivolto al Governatore Scopelliti con tono confidenziale e garbato. Nessuna reverenza, solo grande garbo ed educazione. Avere ruoli politici differenti non ci autorizza ad essere maleducati, bugiardi o falsi. Avere ruoli politici differenti non ci autorizza alla lotta personale, all’odio, al disprezzo.

Ricordo con piacere gli anni trascorsi in Consiglio Comunale assieme a Ninetto Laganà, prima, ed alla sorella Angela, poi. Belle persone, garbate ed educate, con le quali, malgrado le diversità di vedute e di schieramento, è stato bello passare momenti di amicizia e fratellanza. Oggi dico ad Angela brava, per avere trasmesso il suo modo di essere e di fare.

La Politica è amare il bene comune, non odiare il prossimo.

Nino Castorina, forse, per i troppi traccheggiamenti partitici non diventerà mai un Grande politico. Ma sappia che è già un Politico grande ed un Grande Uomo. Bravo!

Agli amici del Gruppo Dialogo Civile dico che, Castorina ne ha dato un esempio.

giovedì 2 gennaio 2014

APPELLO AL DIALOGO


 

Nel suo primo Angelus del 2014, Papa Francesco ha lanciato l’appello al Dialogo, perché vinca sulla prepotenza.  Da tempo  molti di noi sentiamo questa esigenza, tanto da aver fondato una Associazione denominata “Dialogo Civile”. Dialogo civile che ha ormai lasciato il posto alla violenza verbale, alla prepotenza, in ogni sede, in ogni sito. Le trasmissioni televisive, talk show compresi, non fanno audience se non c’è violenza, almeno verbale. Il dibattito politico è sempre acceso nei toni, essendo l’epiteto più blando il “vaffanculo”. Non si conosce più il modo di esporre le proprie opinioni senza pretendere che siano la verità assoluta. Chiunque, esprime un pensiero, ritiene che quello sia il verbo e chi la pensa in modo contrario è “mafioso”.  E’ un modo di vivere, di esprimersi, di fare opinione e di fare politica, inaccettabile. Personalmente continuerò ad esprimere le mie opinioni, ritenendo che non siano verità assolute. Continuerò a proporre idee e soluzioni accettando che queste possano essere messe in discussione e modificate e/o migliorate, grazie al contributo degli altri, di chiunque. Sono un convinto sostenitore del bipolarismo, come unico sistema possibile di stabilità governativa, ma non ritengo assolutamente che bipolarismo significhi contrapposizione personale. Francamente non mi importa assolutamente delle lotte e contrapposizioni politiche, sono convinto assertore del rispetto della persona umana e delle sue opinioni e prerogative, per questo mi batterò sempre. Qualcuno riterrà questi atteggiamenti segno di debolezza, al contrario sono un grande segno di forza, che deriva dagli insegnamenti di Fede che ho avuto e dalla educazione che mi ha impartito la mia famiglia. La debolezza appartiene a chi deve offendere per poter dire la sua, ignorando che non c’è motivo di urlare, se si ha ragione.

domenica 29 dicembre 2013

TARES REGGIO: LA PROPOSTA


Il meccanismo di determinazione della tares è alquanto semplice. Si determina il costo complessivo del servizio (Leonia, commissario emergenza, personale, ecc.) che poi si divide per il numero dei metri quadri imponibili, si ottiene così un valore che, corretto da alcuni coefficienti previsti per legge, determina la tariffa. Il punto è sapere quali voci e per che importo sono entrate nella quantificazione del costo complessivo, sapere quali coefficienti sono stati adottati e perché.
L a Tares va a sostituire tutta la normativa pregressa in materia di rifiuti per attuare il concetto comunitario del “chi inquina paga”.
Allora tutti ci aspettavamo un aumento medio del 30 per cento circa (dato che il costo del servizio in passato non era coperto al cento per cento, come invece impone da quest’anno la norma sulla Tares, bensì a circa l’ottanta per cento). Mentre l’aumento di gran lunga superiore non sembra assolutamente giustificato.
Anche il Governo sapeva che la norma Tares avrebbe prodotto un aumento generalizzato, per questo motivo ha cercato di porre rimedio con il decreto legge 102/2013, che consentiva ai comuni di determinare la tares quantificandola come in passato e cioè con le regole Tarsu (L’articolo 5, del decreto 102/2013 - cd decreto Imu-, al comma 4-quater consente ai comuni di determinare i costi del servizio e le relative tariffe  sulla base dei criteri previsti ed applicati nel 2012 con riferimento al regime di prelievo in  vigore in tale anno - L’ente può disporre ulteriori riduzioni ed esenzioni, diverse da quelle previste dai commi da 15 a 18 dell'articolo 14 del decreto-legge n. 201 del 2011, che tengano conto altresì della capacità contributiva della famiglia, anche attraverso l'applicazione dell’ISEE), ma a Reggio non ci siamo avvalsi di tali possibilità.
A Reggio, in un anno, cioè dal 2012 al 2013, il costo del servizio, al quale dare copertura, è aumentato di 10 milioni circa (passando da circa 28 milioni a circa 37 milioni). Si presume che nella quantificazione del costo del servizio siano state inserite voci di costi generali ed un apposito fondo svalutazione, che, sia pure consentito dalla norma, non appare giustificato nell’importo. Non sappiamo, inoltre, in che modo e perché sono stati distribuiti gli aumenti fra le diverse categorie di utenti.  Anche  perché, se nella quantificazione del costo del servizio, al quale dare copertura, fossero entrate altre componenti, che nulla hanno a che fare con il servizio, la determinazione e la relativa tariffa non sarebbero legittime, proprio per la violazione, in eccesso, del sopra accennato principio comunitario, come sarebbe dubbia la legittimità della pretesa di un fondo svalutazione crediti eccessivo che violerebbe il principio comunitario più volte citato.
Inoltre sempre per le ragioni sopra enunciate non è pensabile che il maggior gettito Tares possa essere stato destinato alla copertura dei disavanzi pregressi, perché se così fosse, ripeto ancora una volta che la tariffa non sarebbe legittima.
Allora secondo me andrebbe rivista la determinazione del costo ed andrebbero reintrodotte le agevolazioni e/o esenzioni per le fasce deboli, tenendo presente che la normativa prevede che dopo il termine per la approvazione del bilancio (quest’anno il 30 novembre) non si possa intervenire più su aliquote e tariffe ma solo in aumento, senza alcun limite temporale per gli interventi al ribasso. Qualcuno potrebbe obiettare che bisogna trovare altre fonti di copertura. Dal canto nostro invitiamo a riattivare e sollecitare le procedure di dismissione del patrimonio immobiliare, anche alla luce della recente norma regionale, appositamente introdotta.
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mercoledì 25 dicembre 2013

PENSARE ALL’EURO IN UN GIORNO DI FESTA!


Oggi  è un giorno di festa e bisognerebbe rilassarsi e non pensare ai problemi, ringrazio il mio amico Franco per queste parole di incoraggiamento, ma non ce la faccio. Non ce la faccio ad essere indifferente al contenuto di  alcune telefonate. Tanti amici mi chiamano per gli auguri, ma, alla mia richiesta di notizie su come vanno le cose, confessano di avere tanti problemi. Chi è disoccupato, chi non prende lo stipendio da 17 mesi, chi ha ritrovato lavoro dopo sei mesi di fermo, durante i quali si è sentito umiliato, perché la propria moglie è dovuta andare “a fare surbizzi” (fare la colf) altrimenti non si mangiava. Penso a loro, ma penso contestualmente a tutti quei “buffoni” che, giustificando tutto con la legge del mercato, concentrano ricchezza scialacquando nel torbido.

Natale è anche festa di solidarietà. Giusto. Ma come fare ad aiutare tutti? Mi sento impotente e questo mi deprime. Ma mi sento anche molto arrabbiato, si molto arrabbiato. Con il sistema, con la politica.

Già la politica. Quella politica nella quale ho sempre creduto, convinto che le soluzioni vanno trovate, nel rispetto della forma democratica, nelle sedi istituzionali. Quella politica, però, che ci ha convinti che sia giusto entrare e rimanere nell’Euro, sistema politico ed economico che promette la ripresa, ma convincendoci dell’obiettivo della stabilità, provoca recessione e disoccupazione. Quella politica che continua a ripeterci che se uscissimo dall’Euro, finiremmo in bancarotta, dato il nostro principale fattore di debolezza: il livello del debito pubblico.

Ma, personalmente, ho sempre creduto in una Europa che costituiva una opportunità di sviluppo e non l’obbligo risanatore dell’austerità che produce, come detto sopra, recessione e disoccupazione.

Ormai che il meccanismo non funziona, lo dicono anche gli economisti, quegli economisti troppo frettolosamente innamoratisi dell’idea, forse perché dalla parte dei sistemi forti: bancario, assicurativo, ecc.

Possibile che non lo capisca solo la politica? Quella politica nella quale ho sempre creduto, convinto che le soluzioni vanno trovate, nel rispetto della forma democratica, nelle sedi istituzionali.

 

 

sabato 21 dicembre 2013

I conti dei Comuni: grazie Herr Doctor Letta!


L’Anci, con un comunicato stampa del 19 dicembre, esprime la propria profonda contrarietà alla legge di stabilità in sede di approvazione in Parlamento, che configura -  in particolare sullo IUC – una secca ed inaccettabile riduzione delle risorse a disposizione dei Comuni con gravi ed inevitabili conseguenze sulla erogazione  dei servizi ai cittadini  e sulle condizioni di vita di milioni di persone e di famiglie. Esito tanto più grave perché contraddice di 180 gradi l’impegno assunto formalmente  dal Governo negli incontri del 7 e 28 Agosto a non ulteriormente ridurre nel 2014 le risorse per i Comuni, dopo che dal 2007  gli enti locali italiani hanno subito continui e pesanti tagli alle loro risorse. L’Anci chiede, quindi, al Governo di emanare, entro i provvedimenti di fine anno, un decreto correttivo che consenta di assicurare ai Comuni le risorse necessarie.

Ma sul tema l’Anci era già uscita lo scorso 14 novembre, con apposito comunicato stampa, facendo alcune considerazioni sui conti dei Comuni. Secondo l’Anci il controllo dei conti dovrebbe essere esercitato sui settori che rappresentano il peso più rilevante della spesa pubblica, in primo luogo le amministrazioni centrali dello Stato, in quanto i Comuni rappresentano solo  il  7,6  per  cento  della  spesa  pubblica totale. Considerazione quanto mai opportuna, dato che sempre più gli organismi di controllo, Corte Conti e Ragioneria dello Stato, nelle annuali relazioni, denunciano che lo spreco del danaro pubblico è concentrato negli enti locali. Continua poi Anci, evidenziando che i Comuni rappresentano poi solo il 2,5% del debito totale  del  paese  e peraltro  possono  indebitarsi  solo  per  investimenti.  Risulta incontestabile che le necessarie politiche nazionali di riduzione del debito dovrebbero essere concentrate anche sugli altri settori pubblici, a  partire dallo Stato. Mentre sarebbe necessario che, per contribuire  alla  ripresa dell'economia ovvero al riassetto idrogeologico (tema purtroppo di grandissima attualità),  i  Comuni  possano  di  nuovo   riprendere   a   programmare investimenti, con una più ampia possibilità di accedere a mutui, modificando gli attuali tetti, nonché le regole relative al patto di stabilità, che di fatto inibiscono qualsiasi possibilità di sostenere le spese in conto capitale.

I Comuni hanno contribuito al risanamento della finanza  pubblica  negli anni tra il 2007 ed il 2014 per circa 16 miliardi, 8 miliardi e 700  milioni in  termini  di  patto  e  quasi  7  miliardi  e  mezzo  di  riduzione   dei trasferimenti. Nel 2012 presentano un avanzo  (  differenza tra le entrate e le spese ) pari a 1 miliardo e 667 milioni,  corrispondente al 2,57 percento delle entrate. Al contrario lo Stato registra un deficit di 52 miliardi, pari al 13,26% delle entrate. Hanno fino ad oggi pagato il prezzo del risanamento dato che, non solo hanno subito tagli ai Trasferimenti, ma subiscono  pesantemente  la contrazione degli investimenti per più di 4 miliardi, pari a  una  riduzione

del 28% nel periodo 2007/2012.

 

La spesa corrente dello Stato conosce  un  aumento  dell'8%,  mentre  le entrate aumentano del 4,26%;al contrario i Comuni riducono la spesa corrente del 2,5%, e vedono sostanzialmente invariate le entrate correnti. Tutto  ciò perché le recenti scelte operate hanno  portato  a  chiedere  un  contributo sempre maggiore ai  cittadini  anche  attraverso  l'IMU,  che  è  stato destinato al  risanamento  del  bilancio  statale.  Quindi  i cittadini hanno visto aumentare la pressione fiscale  locale  senza  che  ne abbiano beneficiato. È  il  capovolgimento  del  principio  di  autonomia  e

responsabilità su cui si fonda il patto elettorale tra sindaco e cittadini.

 Tra il 2012 ed il 2013  la  situazione  non  cambia,  anzi  si  aggrava. Osservando il gettito reale dell'IMU ed il valore dei contributi statali  le entrate si riducono ulteriormente di un  miliardo  (4,22%).  Tale situazione è resa inoltre più grave dall'incertezza sul rimborso  della seconda rata IMU prima casa. Si tratta di quasi tre miliardi,  di  cui 500 milioni legittimamente deliberati dai comuni nel 2013.

 

All’incirca un mese fa ricordavo che, secondo un rapporto della fondazione Bertelsmann ( Italia oggi del 6 settembre scorso, pagina 14 – I comuni tedeschi senza soldi – di Roberto Giardina), pubblicato a fine agosto, almeno 10 milioni di tedeschi vivono in comuni che sono sull’orlo del fallimento e che non è più possibile amministrare in modo efficiente. La situazione è più grave nelle regioni della ex Germania Est: nella sola Turingia i debiti locali sono aumentati dal 2007 del 30%. Anche all’Ovest il deficit cresce: nel settentrionale Schleswig-Holstein i debiti sfiorano i 3 miliardi, oltre 1.000 euro a testa, neonati compresi. Di nuovi investimenti necessari, inutile parlare. I debiti totali dei comuni ammontano a 130 miliardi di euro, 20 in più rispetto a cinque anni fa. Non equamente divisi: le regioni ricche, al Sud, il Baden-Württemberg e la Baviera, diventano sempre più prospere, ma aumenta la resistenza a far fronte alle necessità delle zone più deboli (secondo la cassa di compensazione che regola i rapporti federali).

I comuni non possono trovare nuove entrate e chiedono a Berlino di intervenire, a evitare che la situazione degeneri. In attesa di un intervento nazionale, non possono che tagliare dove possono: si chiudono i teatri e le piscine, si riducono le sovvenzioni culturali, gli extra per la scuola. Un paradosso nella ricca Germania. Il paese non è in crisi, ma molti piccoli centri sono sull’orlo del disastro: chiudono ogni giorno decine di negozi, perché i clienti preferiscono comprare in internet, la disoccupazione aumenta nei paesi, e diminuiscono di conseguenza gli introiti fiscali, mentre le grandi catene di distribuzione incrementano gli utili.

Scrivevo allora e ribadisco oggi, che sembra la foto dei nostri comuni italiani, o almeno di quelli del meridione. O piuttosto la fotocopia di una modalità di agire mutuata dalla “potente” Germania. Scrivevo anche che forse dovremmo ringraziare Herr Doctor Monti e mi auguravo di non dover ringraziare anche Herr Doctor Letta.

Oggi invece mi sento di pronunciare un fragoroso: Grazie Herr Doctor Letta!

 

 

   

sabato 14 dicembre 2013

USCIRE DALL'EURO?

USCIRE DALL’EURO?
Non se ne parla più, se non a cura di alcuni economisti esperti, forse non prezzolati dalle multinazionali e dalle banche. Eppure non tutti siamo convinti che non bisogna farlo. La questione è sicuramente politica e non economica. Uscire dall’euro è una scelta forte ed è una scelta politica.
Ma perché rimanere? L’euro nasce come conseguenza successiva alla creazione del mercato europeo, il cui principale assunto è la libera concorrenza. Già la libera concorrenza, quella che ci ha portato un abbassamento del costo del denaro preso in banca, quella che ci ha abbassato i costi delle assicurazioni e dei carburanti. Quella che ci fa pagare in aeroporto una bottiglietta d’acqua da mezzolitro solo 2,9° euro. Fanculo libera concorrenza! L’euro garantisce la stabilità monetaria, quella stabilità che ci fa esportare i nostri prodotti concorrenzialmente, quella che fa crescere la nostra economia e crea occupazione, ma quando mai!
Uscire dall’euro, ci dicono, ci renderebbe tutti più poveri in una notte. Sono gli stessi che ci dicevano che entrare nell’euro ci avrebbe resi più ricchi. Ma chi li paga?
Ma se non si vuole uscire dall’euro, se si vuole continuare a costruire una Europa unita, perché no anche monetaria, allora bisogna rivedere i rapporti di stabilità, bisogna rivedere quella benedetta soglia del 3%. Perché non ci dicono questi super esperti super prezzolati, di quanto aumenterebbe il debito pubblico alzando quella soglia di un punto? Perché non ci dicono in mano a chi è la gran parte del nostro debito pubblico? Non sono forse gli italiani i maggiori investitori nei titoli pubblici? Perché non ci dicono di quanto crescerebbe l’occupazione alzando la soglia di quel fatidico punto?
Ma già se ci dicessero tutte queste cose sarebbe vera democrazia, anche finanziaria. Non ce lo diranno mai, basta pensare al sistema col quale abbiamo votato. Quale democrazia?

mercoledì 6 novembre 2013

QUANDO SI PORRA’ UN FRENO AI DANNI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

A prescindere, almeno in questa sede, dal riproporre vecchie questioni, riferite alla continua emanazione di avvisi e cartelle da parte dell’Agenzia, che spesso costringono il contribuente al ricorso, per poi essere sgravate. Vogliamo affrontare il tema del danni che l’Agenzia produce con le distorte interpretazioni delle norme.
Infatti il provvedimento dello scorso 2 agosto, con il quale il Direttore della Agenzia delle entrate definiva le modalità tecniche ed i termini per la trasmissione dei dati iva, introduceva l’obbligo anche per gli enti pubblici, sia pure per le operazioni rilevanti.
Da quella data, sia gli enti, sia le software house, si sono attivati per organizzare il lavoro e le procedure, investendo tempo uomo e danaro. Salvo scoprire ieri, cioè nell’imminenza della scadenza, che questo obbligo non sussiste.

Infatti con il provvedimento di ieri n. 128483, l’obbligo per gli enti pubblici viene rinviato al 2014:

Stato, regioni, province, comuni e altri organismi di diritto pubblico sono esclusi dallo spesometro per gli anni 2012 e 2013. È quanto stabilito dal provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 5 novembre. Le disposizioni odierne sopprimono il punto 2.2 del provvedimento del 2 agosto scorso che, invece prevedeva per le Pubbliche amministrazioni l’esonero dall’obbligo di comunicazione per le operazioni effettuate e ricevute nell’ambito di attività istituzionali, diverse da quelle previste nell’esercizio di imprese (articolo 4 del Dpr 633/1972).

Il discorso potrebbe essere fatto anche per la Tares, nata sul nascere.

Ma chi paga i danni?

domenica 22 settembre 2013

PROSSIMA COMPETIZIONE ELETTORALE A SORPRESA

Perché dovrei votare? Questa è la domanda che il cittadino si pone ad ogni tornata elettorale, sempre più, senza sapersi rispondere e di conseguenza non va a votare. Disassuefazione alla politica, meglio direi disassuefazione ai partiti, meglio ancora per usare un termine di “mercato” direi mancanza di offerta. Si i partiti, cioè i fornitori della politica, non sono in grado di offrire il “prodotto” politica che il mercato vorrebbe.
Vivibilità delle nostre città, sempre più scadente, disoccupazione in crescita, sistema previdenziale scassato e sistema sanitario miracolistico, questi i problemi evidenti ed assillanti. Il mercato, di conseguenza, vorrebbe una politica attenta ai bisogni della gente, in termini di servizi che la pubblica amministrazione eroga, più quantità e più qualità, ma anche in termini di risposta ai bisogni occupazionali, previdenziali, sanitari.
Ma i fornitori, i partiti, cosa offrono? Continue dispute sulla conservazione del potere, di uno solo, in un caso, di una miriade di minuscole correnti, nell’altro. Anche se nel mercato della politica si è presentato un nuovo fornitore, che con tanto di megafono ha riempito le piazze illustrando la bontà e la qualità del suo prodotto. Prodotto che in tanti hanno comprato, sulla fiducia o perché stanchi dei prodotti altrui di bassa lega, ma non è stato mai consegnato: la promessa non è diventata un prodotto.
Stiano allora attenti gli attuali fornitori, il mercato è permeabile. Il mercato è in attesa di un nuovo prodotto, che se anche non dovesse smacchiare tutti i problemi, almeno ne leva via qualcuno. Allora è un mercato che si apre con facilità ad ogni nuovo fornitore che illustri il proprio prodotto con un minimo di credibilità, meglio ancora se, sia pure in piccolo, ha già dato prova di saper produrre.
L’era industriale è finita da un pezzo, allora si produceva la qualunque e la qualunque il mercato assorbiva. Oggi il mercato è attento, edonista, e l’industriale del voto, chiuso nel proprio regno e circondato da falsi profeti, corre il serio rischio di fallire. Ma allora i giganti della produzione politica sono spacciati? Si, nel giro di qualche anno, se non raccolgono la sfida del mercato, innovando ed offrendo prodotti più credibili e più graditi al mercato.
Ma nel frattempo l’imprenditore di provincia, abile ed accorto osservatore del mercato, potrebbe conquistare la propria nicchia, di mercato ovviamente, perché i voti, sempre di più, sono nella bocca di molti e nelle urne di pochi. Attenzione alle soprese!
Enzo Cuzzola


  



venerdì 30 agosto 2013

C come Cultura

Chi amministrerà in futuro la nostra città, dovrà pensare alla cultura, intesa non solo come produzione artistica, letteraria o istruzione, ma quale forma particolare in cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale della nostra gente. Per promuovere la nostra immagine, i nostri prodotti, per la realizzazione di una città a vocazione turistica.
Questo in sintesi estrema il succo del dibattito, svoltosi, sul sito del gruppo face Associazione Dialogo Civile. Dibattito svoltosi nell’ottica complessiva di un progetto "realizzare una città vivibile e risolvere l'esigenza occupazionale dei nostri ragazzi".

L’idea è quella di una società che trova nelle proprie risorse naturali e nella vocazione territoriale gli  elementi di forza per rilanciare Cultura e Occupazione giovanile. In primo luogo allora sarà necessario definire il ruolo strategico degli enti di Governo del territorio, atteso che non si registra nella nostra definizione economico sociale un tessuto produttivo e di ricerca tecnologica tale da individuare percorsi da sviluppare in autonomia di iniziativa. Il turismo è un fenomeno che poggia il suo successo su innumerevoli "gambe" tutte interconnesse tra loro e che devono essere sostenute in una logica complessiva di rete. Ciò significa che ogni intervento, pubblico o privato che sia, non può esimersi dall'essere coerente con una precisa strategia. La promozione, l'accoglienza, l'estensione territoriale , i servizi al turista, la circolazione e la facile fruizione delle informazioni (sopratutto su internet): punti d'interesse, iniziative, eventi, pacchetti di offerte comprensive di viaggio, la disposizione geografica e la facilità di accesso, le strutture ricettive, la valorizzazione delle peculiarità enogastronomiche, artigianali, artistiche ed archeologiche sono solo alcune delle variabili da tenere presenti. Il turismo può e deve essere il nostro "petrolio" ma il suo sviluppo deve essere frutto di una maggiore presa di coscienza da parte di tutti gli attori presenti sul territorio che devono iniziare a ragionare con una logica collaborativa ed integrata per poter competere su un mercato sempre più globale.

Ma, in un territorio a vocazione turistica la formazione per i futuri professionisti della ricettività è il punto cruciale di partenza: dall'alta formazione di manager, dirigenti, imprenditori che si occupino di ideare, riqualificare, rendere fruibili e soprattutto collegare mare, monti, artigianato locale e cucina tipica, per rendere appetibile la città (non intesa solo come centro storico) per l’intero arco dell'anno. Percorsi di formazione, quindi, che siano diretti anche agli operatori, cosiddetti di front office, camerieri, barman, hostess, artigiani, ecc. in modo serio e innovativo, investire su stage all'estero, finanziare e sostenere le idee, incoraggiare la progettualità. In questa attività, andrebbe sicuramente coinvolta l’Università Mediterranea.
Ecco che, a tutti noi di Dialogo Civile, sembra utile puntare sulle risorse di cui disponiamo a costo zero: mare (bellezza paesaggistica compresa) e cultura (bronzi, storia magno greca e tradizioni, comprese quelle culinarie). Il tutto per incentivare e sviluppare il turismo. Turismo come fine ultimo al quale tutta la gestione cittadina (esempio, il problema idrico va risolto perché senza acqua la città non può considerarsi città vivibile, ma anche perché senza acqua come ci presentiamo al turista) va indirizzata. Allora l’obiettivo è quello di realizzare, nell’arco massimo di due amministrature, una città vivibile, con servizi funzionanti, per renderla meta di turismo culturale.




domenica 25 agosto 2013

B come Bergamotto

Il bergamotto, che fino agli anni 70 ha rappresentato per la nostra economia locale un risorsa inestimabile, tanto da essere definito l’oro verde, ha vissuto, nella passata stagione, una esperienza di “commercializzazione” tutta nuova. Grazie, anche, agli sforzi del Consorzio, del presidente Pizzi e del direttore Crispo, si è promosso, tramite riviste e programmi televisivi di settore, il consumo del prodotto fresco, in forma di premuta, dato che recenti studi hanno provato che il bergamotto ha incredibili potenzialità benefiche contro il colesterolo, un nemico ostinato e difficile da sconfiggere.

La stagione dell’utilizzo in profumeria è purtroppo scemata, per lasciare il posto ad un impiego, nel settore, esclusivamente di nicchia. La speculazione dei produttori di essenza sintetica e la poca lungimiranza della legislazione europea sulla libera concorrenza (che ha ridotto notevolmente le funzioni del Consorzio, di fatto generando un oligopolio – ma il discorso sarebbe lungo, anche se è auspicabile si cominci ad affrontare in ogni sede e non solo per il bergamotto) hanno stroncato la potenza economica di questo prodotto. Allora ben venga l’uso del prodotto fresco, che potrebbe crescere esponenzialmente, favorendo la ripresa economica di una intera città (quanti di noi hanno potuto mantenere gli studi grazie al reddito garantito dalla raccolta del bergamotto!).

Il bergamotto allora deve tornare ad essere sia il simbolo, sia il prodotto della nostra città. Perché no, l’arredo verde della città deve essere prevalentemente impiantato a begamotto, andranno preservate le zone residue di coltivazione. Ma soprattutto andrà incentivata la somministrazione, nei bar e ristoranti, la, salutare, somministrazione delle relative premute.

Ma, soprattutto, andrà realizzato il progetto, già approvato e finanziato con i fondi del Decreto Reggio, della Scuola Internazionale di Profumeria. Certo bisognerà tenere conto che oggi quel progetto è obsoleto, ma bisogna comunque puntarci, magari riconvertendolo dall’originale Scuola ad un percorso didattico e museale, nel quale a partire dalle piante si arrivi al prodotto finale, con i diversi metodi storici e con le ultime innovazioni, percorso che potrebbe essere utilizzato, nei mesi invernali, dalle scolaresche, per far riscoprire ai nostri figli una parte della nostra identità culturale, e dalle poche industrie rimaste, quale visita guidata per i loro clienti. Nella bella stagione, invece, il sito dovrebbe costituire, assieme ad altre risorse quali i Bronzi e la cultura magno-greca, oltre che al mare, attrattiva per il turismo.

Questa è una idea. E’ l’idea di noi di Dialogo Civile, criticabile, modificabile, perfettibile. Ma una cosa è certa, vogliamo che la nostra città, punti ancora su questa risorsa.

sabato 24 agosto 2013

A come Acqua

Quello dell’acqua, a Reggio, è un problema atavico, mai risolto, ma che attualmente si presenta in tutta la sua drammaticità. Quello dell’acqua a Reggio è un problema di quantità, ma è anche un problema di qualità ed è anche un problema di prezzo. Ecco di questi tre aspetti mi piacerebbe dibattere alla ricerca di soluzioni, da proporre a chi si accinge a governare la nostra città, da ricomprendere in un dossier programmatico, nel quale raccoglieremo tutte le idee sui vari argomenti che affronteremo, da consegnare alle varie coalizioni, che parteciperanno alla competizione elettorale.

Quello della quantità è un problema sotto diversi aspetti. Dall’inizio della primavera e fino ad autunno inoltrato, in alcuni quartieri e/o zone della città manca l’acqua, addirittura, a volte, manca anche in pieno inverno. Eppure Reggio acquista e paga a Sorical quasi tre volte l’acqua che fattura ai cittadini, di conseguenza spende anche per la gestione tre volte in più di quanto fattura. Abbiamo sentito dire che c’è dispersione, ma adesso la rete idrica è stata rifatta con i fondi del Decreto Reggio. Abbiamo sentito dire che c’è furto d’acqua, ma quanti campi dovrebbero esserci in città e nelle frazioni per assorbire tre volte l’acqua che si consuma annualmente nelle famiglie, e poi tutte le volte che si sono messe in campo azioni di contrasto al fenomeno, sono stati scoperti pochi casi di furto d’acqua. La diga del Menta dovrebbe portare in città una enorme quantità di acqua, ma dove finirà? Allora che fare?

Quello della qualità è il secondo degli aspetti che ci affligge in tema di acqua in città. E’ salata, non è potabile. Il dissalatore ha costituito un lieve sollievo al problema, eppure il costo per la gestione è ingente. La soluzione, questa volta vera, dovrebbe consistere nell’acqua del Menta. Il Cipe ha stanziato le risorse per il completamento della diga e della traduzione dell’acqua a Reggio. Ma quando saranno completati i lavori? E soprattutto saranno completati?

Il terzo aspetto riguarda il prezzo. Abbiamo assistito ad una impennata del costo del servizio idrico. Ora a prescindere dalla legittimità della pretesa della copertura, oltre che del costo dell’acqua, del costo della depurazione, in una città nella quale anche i depuratori annaspano e soprattutto sono stati realizzati con fondi regionali e/o statali, si può pensare di far pagare al cittadino tutta l’acqua (ed i relativi costi di gestione) immessa in rete, anche se a lui ne arriva non più del 40%, solo ragioneristicamente parlando, ma chi affronterà politicamente la gestione dell’Ente deve dirci come intende risolvere la questione. Già la questione, che come vediamo sopra è alquanto complessa ed articolata, ma siamo stanchi di attendere.

Ho voluto affrontare sopra alcuni aspetti che ritengo cruciali, ma, ovviamente, non ho la pretesa di essere stato esaustivo e solutore, per cui invito quanti hanno le idee più chiare di me ad intervenire nel dibattito. Raccoglieremo idee e proposte, come detto sopra, da consegnare alla classe dirigente che verrà.


venerdì 23 agosto 2013

Quale Consiglio Comunale per Reggio

Nei giorni scorsi, mi sono trovato a commentare, per un mio cliente, una recente sentenza del Tar Campania, secondo la quale nella ipotesi di violazione del giusto procedimento, per la trasmissione ai Consiglieri comunali dello schema di bilancio di previsione avvenuta su supporto digitale in formato pdf, e carente di alcuni allegati, incompleta ed intempestiva trasmissione di detti atti, che secondo i ricorrenti, avrebbe inficiato l'esercizio dello jus ad officium, il Tar (sentenza 490/2013) non ravvisa una lesione del diritto suddetto.

A prescindere dalle considerazioni di ordine giuridico, in questa sede mi piace affrontare il tema della produttività dei Consigli comunali, spesso “attorcigliati” su rigidi formalismi, ai quali prestano la massima attenzione, soprattutto le opposizioni, senza, sostanzialmente, preoccuparsi del “loro ufficio”, che consiste nel potere di indirizzo e vigilanza, sull’esecutivo e sugli uffici, in nome e per conto della cittadinanza che rappresentano.

Piuttosto che raccogliere le esigenze della cittadinanza e rappresentarle, vigilando affinché i servizi e le attività “coordinate” dall’esecutivo e rese dagli uffici, siano prodotte nel modo più efficiente possibile, con la diligenza del buon padre di famiglia, spesso i Consiglieri si arroccano su posizioni autoreferenziali di “organizzazione e funzionamento del consiglio e delle commissioni”.

Penso allora al nuovo Consiglio che dovrà amministrare la nostra città ed auspico che dalle urne venga fuori una classe dirigente, composta da gente, di qualunque estrazione sociale, che voglia impegnarsi per il bene comune e che ponga al primo posto, dei propri obiettivi, la gestione efficiente, a prescindere da posizioni di maggioranza ovvero di opposizione.


Ma perché tutto questo sia possibile è necessaria una rivoluzione culturale. Il Consigliere deve in primo luogo comprendere il proprio ruolo che è prezioso per la funzionalità vera di un ente. Allora deve preparare e non improvvisare la candidatura, deve studiare, conoscere, informarsi, da subito. Deve conoscere e saper affrontare i problemi della città. Per questo auspico che il dibattito si accenda sui temi della gestione locale, ma che non si continui a focalizzare sul passato, bensì che si dibatta sui problemi, fornendo anche ipotesi di soluzione, da parte di chiunque, da parte di ogni cittadino.

Non importa come ci esprimeremo, purché nel rispetto della persona umana, senza scambiare queste pagine per un campo di battaglia personale e politica, ma importa che ci esprimiamo, che ognuno porti la sua idea ed il suo contributo: da sempre le soluzioni più grandi nascono dalle idee delle persone semplici.





martedì 20 agosto 2013

CUMBATTIMU LA VITA!

Ben ritrovati amici, ho passato qualche giorno di necessario relax a Gambarie ed ora mi appresto alla ripresa del nuovo anno (ho infatti sempre per esigenze professionali inteso l'anno come andante da settembre ad agosto). Ho avuto la fortuna di potermi rilassare, ma, tornando a casa, il pensiero é andato a quanti non hanno questa possibilità, come non la hanno, mai, avuta i miei genitori.
Ed é a loro ed a quanti non vivono sereni per mancanza di lavoro, salute o altro che voglio dedicare questa riflessione di speranza.
I nostri avi, quando si rincontravano alla domanda “come va?”, rispondevano “cumbattimu la vita”.
L'espressione , aveva un profondo significato di lotta, senza rassegnazione, per la vita.
Anche quando usavano l'espressione "calati juncu ca sciumara passa", non intendenvano rinunciare a lottare, bensì prendere atto del momento in cui bisognava attendere. Il tempo della attesa, piegati, ma pronti a scattare non appena la corrente avversa, che può spezzare, fosse finita.
Cumbattimu la vita, con le sue sciumare, con le sue avversità, e vinciamo quanto più possiamo contare sulla solidarietà, sulla condivisione, sulla unione.
In una poesia sul Natale, Nicola Giunta, raccontava dell'invito alla cena di Vigilia, del bambino del vicino, estrema sintesi del senso di solidarietà e di lotta comune che ci scorre nel sangue.
Eppure ai giorni nostri, in questa città, che tanto avrebbe bisogno di lottare, più che il senso della solidarietà, si vive un clima di contrapposizione, di diffamazione, di odio.
Non appartiene alla nostra cultura, alla nostra storia, ai nostri avi. Non ci scorre nel sangue, per questo ci provoca una sensazione di smarrimento e di dissociazione.
Ed allora ripeto l’espressione, quasi un augurio, cumbattimu la vita, tutti assieme, per le nostre famiglie, per la nostra città. Ci accompagni la Madre della Consolazione!

sabato 10 agosto 2013

I comuni calabresi si organizzino per curare le entrate

Alfonso Naso, dalle pagine di Gazzetta del sud, ci ricorda che i comuni calabresi in dissesto, dal 1989 ad oggi, sono stati 189, mentre molti altri hanno fatto ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale sul finire del  2012 e molti altri ancora, aggiungo io, hanno fatto ricorso a detta procedura, nel primo semestre dell’anno in corso.
Situazione drammatica quindi, quella dei comuni calabresi. Situazione che , quasi sempre, scaturisce dalla mancata riscossione dei tributi locali e delle entrate proprie. Voci queste che, in passato, costituivano appena il 30 per cento delle entrate correnti del comune, mentre il restante 70 per cento era costituito dai trasferimenti dello Stato. Oggi questo rapporto è invertito, per cui cresce, fra gli addetti ai lavori, la preoccupazione: se in passato, quando le entrate proprie erano meno di un terzo, rispetto alle necessità, il numero dei comuni dissestati era così elevato, oggi che le entrate proprie sono più di due terzi, rispetto alle necessità, cosa accadrà? Accadrà che i nostri comuni non solo finiranno per ripetere dissesti su dissesti, ma ne pagheranno le conseguenze i cittadini, quelli onesti che hanno sempre pagato il dovuto, che vedranno crescere gli importi spaventosamente, tutti, che non potranno più godere neanche dei servizi minimi.
Cosa fare allora. Occorre che i comuni calabresi rovescino la piramide organizzativa, che vedeva al vertice i lavori pubblici, fonte di spesa visibile, per porre al vertice la gestione delle entrate, magari creando quell’ufficio delle entrate, da sempre auspicato e suggerito dagli esperti, che si preoccupi di accertare e poi curare la riscossione di tributi ed altre entrate (idrico, concessioni edilizie, canoni concessori, ecc.) che consentiranno la sana gestione e la erogazione di servizi degni di un paese civile.

mercoledì 7 agosto 2013

Sblocca pagamenti, burocrazia e ripresa economica


Il decreto sblocca pagamenti, grazie al quale i comuni immetteranno nel circuito di spesa ingenti quantità di danaro, ha come scopo ultimo quello di favorire la ripresa, grazie all’aumento dei consumi che la massa di liquidità, immancabilmente genererà. Fin qui il ragionamento degli economisti. Ma anche l’uomo della strada capisce che quel danaro, che sarà pagato alle imprese, finirà anche nelle tasche dei loro fornitori, compresi i dipendenti, in sofferenza indiretta anche loro. Allora qualcuno che per lungo tempo si era astenuto da una spesa, di investimento o voluttuaria che fosse, potrebbe adesso permettersela.
Sarebbe bello, ad esempio, che i beneficiari finali di questi pagamenti li investissero, magari per ristrutturare casa o ampliarla (grazie al piano casa) o magari potessero pagare la quota per acquistare, finalmente, la casa del patrimonio edilizio, da sempre occupata. Sarebbe bello, ma dubito che potrà accadere, soprattutto nella nostra città.
Infatti, nel nostro comune, due settori strategici, quali urbanistica e patrimonio edilizio, sono oberati di pratiche ed in spaventoso ritardo. Evidentemente trascurati anche dalla Commissione straordinaria.
Allora non vorrei sembrare noioso e ripetitivo, ma ribadisco il concetto che, forse, il primo e più urgente intervento, che la Amministrazione frutto delle prossime elezioni dovrà attuare sarà sulla organizzazione.
Un ente poco organizzato non produce nulla. Bene hanno fatto i Commissari  a ridurre il numero dei dirigenti, molti ricorderanno, soprattutto tra i miei collaboratori del Settore finanze, che era una delle mie idee. Ma la riduzione del numero dei dirigenti deve produrre quale naturale conseguenza la creazione delle posizioni organizzative, anche per sanare una anomalia tutta tipica dei grandi comuni meridionali. Molti dirigenti senza vice, non producono, ma pochi dirigenti senza vice, producono ancor di meno.


lunedì 5 agosto 2013

La collaborazione con l’Agenzia delle entrate una delle soluzioni per abbassare i tributi locali

I comuni che hanno collaborato al contrasto all’evasione fiscale e contributiva, beneficiano di un contributo, che per l’anno 2012 è stato disposto con  d.m. 58677 del 19 luglio 2013. L’acconto disposto con il citato d.m. e' pari al 98,52%, del dovuto. Il pagamento e’ stato effettuato in acconto in quanto in sede di predisposizione delle previsioni di bilancio per l’esercizio finanziario 2013 il Ministero dell’economia e delle finanze ha previsto uno stanziamento sull'apposito capitolo di spesa che e' risultato essere leggermente inferiore a quello necessario all'erogazione per intero del contributo complessivo assegnato agli enti beneficiari. Nel corso dell’esercizio finanziario 2014 il Ministero renderà' disponibili le risorse necessarie all'erogazione del relativo saldo.
Sul sole 24 ore del 30 luglio scorso, in un apposito articolo, si disegna la geografia della collaborazione con la Agenzia delle entrate, al sud, salvo l’eccezione di Reggio Calabria, con 810 segnalazioni nel 2012, le cose non si muovono molto. A Reggio il merito è tutto della Sati, infatti sul finire del 2011 avviammo la collaborazione con l’Agenzia, affidando il compito operativo, fra lo scetticismo e la scarsa collaborazione degli altri settori, alla Sati. Difficoltà enormi, dati ed aiuto offerto solo dalla Reges, eppure si sono raggiungi obiettivi vicini a quelli dei grossi comuni del Nord, come evidenziato dallo stesso articolo del sole 24 ore sopra citato.
Se confrontato con il modello di riferimento dell’Emilia Romagna e comparando i Comuni con un numero di abitanti simile al Comune di Reggio Calabria, il confronto è impressionante: il Comune di Modena (185.694 abitanti) ha eseguito – nel triennio 2009/2011 –255 segnalazioni qualificate; il Comune di Reggio Emilia (172.317 abitanti) ha eseguito – sempre nel triennio – 432 segnalazioni qualificate e il Comune di Ravenna (159.754 abitanti) ha eseguito – sempre nel medesimo periodo – 653 segnalazioni.
Il Comune di Reggio Calabria (186.619 abitanti) ha trasmesso nel solo anno 2012, tramite la S.AT.I., 810 segnalazioni qualificate. Un numero molto più alto dei Comuni emiliano-romagnoli, quali benchmark di riferimento per l’attuazione del protocollo nazionale, che hanno realizzato la loro attività in un triennio.
Inoltre l’insediamento del nuovo comandante della Polizia Municipale consentirà, sicuramente, l’avvio della, indispensabile, collaborazione tra quel settore e la Sati, il che potrebbe far crescere esponenzialmente i risultati.

La collaborazione con l’Agenzia non solo offre disponibilità immediata agli enti locali, in quanto tutto il maggiore accertato per un triennio è riversato a questi ultimi, ma l’incrocio dei dati tra anagrafe comunale, banche dati tributarie comunali e anagrafe tributaria potrà consentire l’allargamento della base imponibile anche per i tributi locali. Recuperando a tassazione vaste aree di basi imponibili ed evitando, come peraltro io stesso allarmavo da queste pagine per la tares, che a pagare i tributi locali siano sempre i soliti noti e non tutti i fruitori dei servizi e consentendo, inoltre, l’abbassamento della pressione tributaria locale sui singoli.
Allora è quanto mai auspicabile che tutti i comuni di Calabria si apprestino nel più breve tempo possibile ad attivare i protocolli di collaborazione sia con l’Agenzia delle Entrate, sia con la Guardia di finanza, il comune di Reggio, dal canto suo, e la Sati, che hanno fatto da apripista, si dovranno impegnare, quanto meno nell’ambito della costituenda area metropolitana, a mettere a disposizione il “prezioso” know-how acquisito